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Le scelte progettuali per i ponti

Le scelte progettuali relative alle opere pubbliche, e in particolare ai ponti, risentono inevitabilmente dei condizionamenti imposti da chi dovrà realizzarle, cioè le Imprese.

Se ripercorriamo la loro storia a partire dall’immediato dopoguerra, vediamo come esse fossero prevalentemente a carattere artigianale e, dato l’alto costo dell’acciaio, i ponti venissero costruiti quasi esclusivamente in calcestruzzo: dapprima ordinario e poi, grazie a figure come Morandi, Cestelli Guidi, Zorzi e tanti altri, in precompresso. I getti venivano fatti in opera con casseforme che spesso erano in legname ed in alcuni casi richiedevano veri e propri maestri ebanisti.

Paradossalmente, questa è stata, a mio parere, l’epoca d’oro per quanto riguarda la libertà lasciata ai Progettisti e ha permesso la realizzazione di ponti che, ancora oggi, costituiscono veri e propri monumenti della nostra Ingegneria sia in Italia che all’estero.

La formazione della rete autostradale, agli inizi degli anni Settanta, cambiò in modo radicale l’approccio progettuale: l’orografia dell’Italia richiese la costruzione di un numero elevatissimo di viadotti e ciò rese irrinunciabile il ricorso alla prefabbricazione e, più in generale, all’industrializzazione dei processi produttivi anche nel campo dei ponti, che rimasero prevalentemente in calcestruzzo.

Questa svolta, se da un lato permise alle Imprese italiane di uscire dalle dimensioni artigianali per avvicinarsi (senza peraltro mai raggiungerle) quelle delle maggiori Imprese europee, dall’altro ridusse molto la libertà del Progettista arrivando, nei casi estremi, alla realizzazione di opere che hanno causato danni irreversibili al nostro paesaggio.

Questa fase, pur se tra luci ed ombre, fu essenziale per la crescita del Paese e permise alle Imprese di dotarsi di attrezzature di varo che ancora oggi sono all’avanguardia nel mondo; terminò alla fine degli anni Ottanta quando si affermarono i cosiddetti General Contractors, cioè grandi Imprese che, per loro natura, privilegiano gli aspetti legali e finanziari a scapito di quelli tecnici, visti spesso come intralcio alla loro attività. Cedute le attrezzature, si privilegiano le soluzioni che consentono il massimo dell’esternalizzazione delle attività, cioè il ricorso massiccio ai sub-Contractors.

Ciò condiziona pesantemente le scelte progettuali, non ultima quella dei materiali: assistiamo così all’impiego di strutture metalliche anche quando ciò non è giustificato dal punto di vista architettonico e/o economico solo perché possono essere integralmente subappaltate.

Le grandi Imprese italiane che costruiscono in proprio impalcati in c.a.p. operano ormai quasi esclusivamente all’Estero, paradossalmente in Paesi, quali gli USA o altri, che hanno una consolidata tradizione di ponti metallici. Ciò sembra un paradosso per un Paese come il nostro, che può vantare figure come Nervi e che è tra i maggiori produttori di cemento del mondo.