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Le infrastrutture stradali e il modello gestionale del processo manutentivo: una cura “salva vita”

“Mentre i Dottori pensano, il malato muore”.

Nel nostro Paese questo noto adagio ha trovato sempre particolare applicazione in generale e nel campo della gestione della manutenzione delle infrastrutture stradali in particolare, attese le scarse iniziative messe in campo nel risolvere ataviche questioni e criticità. Nel frattempo, il degrado progressivo ed inesorabile ha portato le infrastrutture a livelli di qualità non più compatibili con i requisitiminimi di un sistema di trasporto sicuro ed efficiente.

Ma chi scrive ritiene che ancor più recentemente sia avvenuto, se possibile, un peggioramento del fenomeno: non si vedono più in azione neanche i “dottori pensanti”. Il vecchio adagio dunque non ha più la caratteristica dell’applicabilità: il malato muore e basta. Non appare difficile riconoscere nel malato il nostro sistema stradale, che di cure nella sua vita ne ha ricevute e ne ricevemolto poche e sempre dimeno, essendo clamorosamente deficitaria la manutenzione di qualunque tipo (preventivo, curativo, ecc.).

Il “sistema sanitario nazionale” dedicato alla cura delle infrastrutture, così come è, non funziona. Punto. E costa anche tanto. Salvo le dovute, ma rare, eccezioni, le infrastrutture stradali sono abbandonate ad un inesorabile destino, e con loro tutti coloro che le utilizzano.

Dobbiamo reagire. Dobbiamo ricominciare sia a studiare le cure che ad applicarle. Il Lettore deve sapere che, nel sostenere questa linea di pensiero, chi scrive sta compiendo un non trascurabile sforzo, attingendo alle ormai poche, residue, remote quanto affievolite speranze.

Prima delle cure studiamo però la malattia.

Non è questa la sede per particolari approfondimenti, ma appaiono però subito chiari alcuni aspetti: scarsa specializzazione dei Tecnici presso gli Enti, soprattutto Locali (la causa è che non si investe in formazione), scarse risorse umane e strumentali dedicate e, cosa più importante, l’intero sistema di decisione, azione e controllo mal strutturato e poco efficiente, avendo infatti delle grosse intrinseche criticità. Sui primi due aspetti, chi scrive ha già altre volte evidenziato i falsi risparmi derivanti dal non investire; il non investire (purtroppo confuso con il non sperperare) genera infatti costi reali che prevalgono sui risparmidi cassa (i ben noti “tagli”), ed è solo questione di tempoma il conto arriverà e non lo potremo pagare.

Ci soffermiamo allora sull’altro aspetto: le criticità del sistema.

In relazione alla manutenzione, un Ente proprietario di una rete stradale assume decisioni o, più spesso, non assume decisioni. Sappiamo che, dimassima, non ha deciso di fare il Catasto delle Strade, non ha deciso di monitorare lo stato della rete, non ha deciso di definire criteri manutentivi e regole d’intervento, non ha deciso di dotarsi di strumenti per individuare il budget corretto che occorre per la manutenzione della propria rete, ecc, ecc.. Se queste sono state le non decisioni, la “qualità” delle conseguenti azioni intraprese non può non averne risentito.

E arriviamo adesso al controllo del proprio operato.

L’Ente lo effettua realmente?

Qui emerge chiara l’imperfezione del sistema perché l’Ente proprietario agisce attuando un (formale) “autocontrollo” (il RUP, il Validatore e le altre figure di controllo del processo infatti fanno sempre capo allo stesso Ente) a cui dovrebbero seguire eventuali “autosanzioni” per ciò che l’Ente non ha fatto o mal fatto.

Mission impossible.

Non ci meravigliamo, dunque, se il ruolo sanzionatorio viene quindi assunto direttamente… dalle Procure in caso di sinistri,ma evidentemente è ormai troppo tardi, per tutti.

È dunque indispensabile pensare di modificare questo sistema imperfetto.

Un Ente proprietario deve essere sottoposto al controllo di un Ente terzo. Un Ente con tale prerogativa va istituito e va ad esso attribuito il ruolo di sovrintendere alla gestione stradale con un mandato non tanto diverso da quello che ha l’ENAC per le infrastrutture aeroportuali.

Chi frequenta il settore aeroportuale sa bene infatti che la presenza di ENAC come Ente con funzioni di regolamentazione, di vigilanza e controllo sull’intero processo di pianificazione, progettazione, esecuzione, manutenzione ed esercizio dell’infrastruttura aeroportuale è assolutamente determinante ai fini del rispetto degli standard normativi. Per le infrastrutture stradali c’è dunque quanto mai bisogno di un Ente come ENAC, di un Organismo cui dovrebbero essere conferite analoghe funzioni regolamentari nonché di vigilanza e controllo: un nuovo punto di riferimento per riordinare il quadro normativo regolamentare, lacunoso ed obsoleto, per esercitare le necessarie azioni di vigilanza e controllo sull’operato degli Enti gestori di reti stradali, con ampio potere nell’individuare enti virtuosi e degni di finanziamenti e nel sanzionare gli Enti responsabili di… far morire il malato.

Un Ente siffatto potrebbe essere incardinato presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e presso le Regioni (purché vi sia un forte coordinamento a livello nazionale), utilizzando possibilmente risorse e strutture già esistenti. Esso deve inserirsi in un più ampio contesto di riconcezione e rinnovamento delmodello gestionale attuale, attese le forti ed evidenti criticità che lo caratterizzano e che tanti danni (e costi) stanno producendo.

Si dovranno evitare peraltro le solite sovrapposizioni di competenze, cogliendo l’occasione per rendere più rapido ed efficiente l’intero processo (dalla decisione al controllo).

L’invito è dunque rivolto a tutti i “Dottori” (a tutti i livelli): la cura deve cominciare dal modello gestionale, da ripensare completamente; ma lo si faccia rapidamente prima che…il malato muoia.